ISPIRATI DALLO SPIRITO DI DIO
Quest’anno stiamo provando a ripensare “la nostra storia con Dio”. Le storie di alcuni personaggi biblici ci fanno da “specchio”: nel loro entusiasmo, come nelle loro crisi, riconosciamo tratti del nostro cammino. Inoltre, quei racconti che leggiamo nelle Scritture sono per noi anche una “finestra”: ci spalancano nuovi orizzonti, ci offrono altre chiavi di lettura.
Rileggendo queste storie della Bibbia, impariamo che nella vita esistono alcuni momenti speciali. Momenti quotidiani, certo, ma che si smarcano dalla routine. Momenti nei quali non succedono cose straordinarie, se non che riusciamo a percepire la nostra vita più a fondo, con uno sguardo sapiente. Sono momenti “ispirati”, dove lo Spirito ci guida alla verità di noi stessi, oltre l’immagine pubblica, al di là delle apparenze.
Fare memoria della Pentecoste, significa credere che quello Spirito che ha guidato Gesù continua ad ispirare la vita di chi non gli oppone resistenza. Significa saper leggere oltre la superficie degli eventi, discernere una vera presenza che traccia un cammino. E dunque, vivere oggi la Pentecoste vorrà dire rallentare l’andatura, fermarsi e provare a guardare con uno sguardo ispirato quegli eventi che, ad uno sguardo superficiale, risultano essere grigia cronaca.
I credenti sono persone ispirate, come i poeti. Abitate da uno Spirito che rende speciale l’ordinario; che ci rapisce e ci conduce lungo vie che neppure mettevamo in conto. Come dice Isaia: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il SIGNORE. «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.
Lo Spirito, però, ci aiuta a leggere le stranezze della vita come Parola efficace di Dio. Ascoltiamo come prosegue il discorso di Isaia: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata (Is 55:8-11).
Lo Spirito non è un dopante, che permette performance straordinarie. E’, piuttosto, la forza di uno sguardo vero, capace di leggere la presenza di Dio anche nei giorni difficili, quando imperversano le tenebre. Chi si lascia guidare dallo Spirito saprà vivere ogni evento della vita come dono e far sua questa antica preghiera:
“Gli ho chiesto la forza
e Dio mi ha dato difficoltà per rendermi forte.
Gli ho chiesto la saggezza
e Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Gli ho chiesto la prosperità
e Dio mi ha dato muscoli e cervello per lavorare.
Gli ho chiesto il coraggio
e Dio mi ha dato pericoli da superare.
Gli ho chiesto l’Amore
e Dio mi ha affidato persone bisognose da aiutare.
Gli ho chiesto favori
e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto molto di ciò che volevo
ma tutto quello di cui avevo bisogno.
La mia preghiera è stata ascoltata”.
Buona Pentecoste!
PICCOLE RESURREZIONI QUOTIDIANE
I discepoli del Risorto credono che non solo il loro Signore ha vinto la morte ma che, al suo seguito, anche noi possiamo risorgere fin da ora, mentre siamo ancora su questa terra. Come diceva il pastore Bonhoeffer: “non si può credere alla resurrezione dei morti, se prima non si crede alla resurrezione dei vivi”. La vita nuova inizia già qui: la fede si traduce nel credere che sono possibili piccole resurrezioni quotidiane. Perlopiù legate non a grandi eventi, a conversioni spettacolari ma all’insistenza nel cercare la vita, alla pazienza di chi non si scoraggia dei propri fallimenti (che sono delle piccole morti), alla tenacia nel ricominciare sempre daccapo. Come nel racconto che segue, che ha per protagonista un ladro. E’ Gesù stesso a promettere al ladro crocefisso al suo fianco che sarebbe stato con Lui in Paradiso (Lc 23,39-43). E oggi lo ripete a ciascuno di noi. A patto di continuare a bussare alla porta della vita.
Un ladro in paradiso
Un ladro arrivò alla porta del Cielo e cominciò a bussare: «Aprite!». L’apostolo Pietro, che custodisce le chiavi del Paradiso, udì il fracasso e si affacciò alla porta. «Chi è là?». «Io». «E chi sei tu?». «Un ladro. Fammi entrare in Cielo». «Neanche per sogno. Qui non c’è posto per un ladro». «E chi sei tu per impedirmi di entrare?». «Sono l’apostolo Pietro!». «Ti conosco! Tu sei quello che per paura ha rinnegato Gesù prima che il gallo cantasse tre volte. Io so tutto, amico!». Rosso di vergogna, Pietro si ritirò e corse a cercare Paolo: «Paolo, va’ tu a parlare con quel tale alla porta». Paolo mise la testa fuori della porta: «Chi è là?». «Sono io, il ladro. Fammi entrare in Paradiso». «Qui non c’è posto per i ladri!». «E chi sei tu che non vuoi farmi entrare?». «Io sono l’apostolo Paolo!». «Ah, Paolo! Tu sei quello che andava da Gerusalemme a Damasco per ammazzare i cristiani. E adesso sei in Paradiso!». Paolo arrossì, si ritirò confuso e raccontò tutto a Pietro. «Dobbiamo mandare alla porta l’Evangelista Giovanni» disse Pietro. «Lui non ha mai rinnegato Gesù. Può parlare con il ladro». Giovanni si affacciò alla porta. «Chi è là?». «Sono io, il ladro. Lasciami entrare in Cielo». «Puoi bussare fin che vuoi, ladro. Per i peccatori come te qui non c’è posto!». «E chi sei tu, che non mi lasci entrare?». «Io sono l’Evangelista Giovanni». «Ah, tu sei un Evangelista. Perché mai ingannate gli uomini? Voi avete scritto nel Vangelo: “Bussate e vi sarà aperto. Chiedete ed otterrete”. Sono due ore che busso e chiedo, ma nessuno mi fa entrare. Se tu non mi trovi subito un posto in Paradiso, torno immediatamente sulla Terra e racconto a tutti che hai scritto bugie nel Vangelo!». Giovanni si spaventò e fece entrare il ladro in Paradiso.
Buona Pasqua a tutti!
PASQUA
“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio”.
Così scriveva Etty Hillesum, un’ebrea olandese di Amsterdam, una domenica mattina del 1942, mentre fuori infuriava la persecuzione nazista.
Sono affermazioni strane, quelle di Etty. Normalmente, sono i credenti a chiedere a Dio di aiutarli: è Lui il Salvatore; noi, quelli che hanno bisogno di essere salvati. Eppure, sotto la croce, i cristiani incontrano un Dio debole, condannato come il peggiore dei criminali. Un Dio fragile che gli esseri umani possono respingere, eliminare. Così è stato duemila anni fa e così continua a succedere ogni volta che, travolti dal male e dalle ingiustizie del mondo, disperiamo anche di Dio e ci arrendiamo al più forte. Quante volte, pur dichiarandoci credenti, pensiamo che nel mondo regni soltanto la legge della giungla e che sia inutile nutrire la speranza di un mondo diverso, sollevato dal lievito dell’evangelo.
Le considerazioni di Etty ci spingono a vivere la Pasqua non con l’atteggiamento di chi delega la salvezza a Dio, riducendo la croce ad un talismano che agisce in automatico. Tocca a noi salvare il Dio che salva! Il Dio di Gesù ci domanda di non lasciarlo solo, di non dormire, mentre imperversa il male. Sentiamo nostre le parole rivolte a Pietro al Getsemani: «Simone! Dormi? Non sei stato capace di vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mc 14,37-38). Ed anche le parole di Etty: “Dentro di me c’è una sorgente molto profonda e in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”.
Signore, siamo deboli: la nostra fede è così poca che, di fronte alle difficoltà della vita, fuggiamo e scarichiamo su di Te ogni responsabilità. Donaci una fede matura, che sappia resistere nell’ora della tentazione, conservando un piccolo pezzo di Te in noi stessi. Allora la tua pasqua sarà anche la nostra. E anche noi vivremo, fin da ora, quella vita nuova che Tu hai promesso ai tuoi discepoli.
IL PUNTO NERO
La Bibbia non è un libro ideologico, che per parlare di Dio dimentica la dura realtà. Fin dall’inizio della narrazione biblica, entrano in scena il conflitto e la morte. Dio si relaziona con un’umanità in crisi, accompagnandola anche quando cammina “nella valle dell’ombra della morte” (Sal 23).
Guardare in faccia il male, saperlo riconoscere e fronteggiare fa parte della sapienza biblica: nessuna mistificazione della realtà è richiesta al credente.
Per questo patiamo con chi soffre. Per questo non possiamo non sentire la fatica di vivere nei giorni difficili in cui, di fatto, ci troviamo. Ma nello stesso tempo, apprendiamo dalla sapienza biblica quella forza di resistenza che ci permette di non farci schiacciare dal peso del negativo. Il male c’è, ma non occupa tutta la scena (né quella storica, né quella individuale). Saper scorgere i segni della presenza del bene, dei doni di Dio, è la prima mossa per contrastare il male. Leggete l’episodio riportato qui di seguito: esprime bene il nostro abituale sguardo sulla realtà e, insieme, la necessità di allargare questo sguardo, di avere occhi penetranti.
Un giorno un insegnante arrivò in classe e disse agli studenti di prepararsi per un quiz a sorpresa.
Tutti erano nervosi, spaventati dalla prova imminente. Mentre l’insegnante stava distribuendo un foglio chiese di non guardare il foglio, fino a quando lui non avesse dato il via alla prova. Una volta che tutti i fogli furono distribuiti diede l’autorizzazione a voltare il foglio e vedere il contenuto.
Con grande sorpresa di tutti si trattava di un foglio bianco con in mezzo un punto nero. Vedendo il volto sorpreso di tutti i suoi studenti, il professore disse: “Ora scrivete una riflessione su ciò che state vedendo”.
Tutti i giovani, confusi, cominciarono a pensare e scrivere su ciò che vedevano.
Trascorso il tempo, l’insegnante raccolse i fogli, li pose sulla scrivania e cominciò a leggere ad alta voce quanto gli studenti avevano scritto.
Tutti, senza eccezione avevano fatto una relazione sul punto nero, con le più diverse considerazioni.
Dopo la lettura, disse:
“Questo test non servirà per il voto, ma come lezione di vita. Nessuno ha parlato della pagina bianca, avete dedicato tutta la vostra attenzione al punto nero. E’ ciò che accade nella nostra vita. La vita è un foglio interamente bianco da vedere e godere, ma ci concentriamo sui punti neri.
La vita è un dono della natura, ci è data con affetto e amore, abbiamo tante ragioni per far festa per gli amici che ci sostengono, il lavoro che ci sostiene, i miracoli che accadono ogni giorno, eppure insistiamo a guardare il punto di nero, i problemi di salute, la mancanza di soldi, il difficile rapporto con i familiari, una delusione con il partner, con un amico …
I punti neri sono minimi rispetto a quello che ci viene donato ogni giorno, eppure occupano la nostra mente in ogni momento. Cercate di prestare attenzione a tutta la pagina bianca e non solo ai punti neri. Cogliete ogni benedizione, ogni momento che la vita ci sta offrendo, state tranquilli, abbiate fiducia, datevi da fare, «esistete», vivete felici”.
NATALE: DIO C’E’
La Sacra Scrittura non è un prontuario, un catechismo, ma la narrazione di tante storie. Dio non si fa catturare in definizioni; piuttosto, lo possiamo incontrare in una storia. La fede non è l’attimo fuggente di un’intensa esperienza religiosa. Nella Bibbia, come nella vita di ogni credente, la relazione con Dio avviene in una storia.
E tuttavia, esiste come un filo rosso che attraversa la trama della narrazione biblica e che prova a dire con poche, essenziali parole quale sia l’identità del protagonista del racconto. Ad un capo di questo filo, troviamo la rivelazione che Mosè riceve al pruno che brucia senza consumarsi. Di fronte alla difficile missione affidatagli da Dio, di andare dal faraone con la richiesta di far uscire Israele dalla terra di Egitto e di convincere il popolo, Mosè domanda: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “l’IO SONO mi ha mandato da voi”» (Es 3,13-14).
La traduzione di questa auto-presentazione di Dio nelle lingue non semitiche – il greco, il latino, come anche l’italiano – non aiuta a comprendere il significato di questo biglietto da visita divino. In ebraico, infatti, il verbo essere equivale al nostro “esserci”. Dio si presenta come Colui che c’è, che è presente, che cammina con il suo popolo, accompagnandolo nelle diverse situazioni che dovrà affrontare. “Colui che è Presente”: proprio l’opposto di una divinità distaccata, che risiede nell’Olimpo e si limita a guardare dall’alto in basso le ingarbugliate vicende umane. Il seguito della narrazione, sia quella raccontata nel Libro dell’Esodo, sia quella che abbraccia l’intera Bibbia ebraica, esprime questo volto di Dio che non si estranea dalla storia, prendendosi cura del suo popolo.
All’altro capo del nostro filo rosso, troviamo Gesù di Nazaret, che l’evangelista Matteo ci presenta identico al Dio di Mosè: è il “Dio-con-noi”.
Ma cosa significa che, in Gesù, Dio è con noi? Matteo inizia e conclude con queste parole.
Proviamo a soffermarci, almeno un attimo, sulle due soglie del racconto.
Nella prima, troviamo un Giuseppe spiazzato dalla situazione, che cerca di agire con giustizia. Che fare con una fidanzata messa incinta da altri? Mentre pensa di rompere il fidanzamento, senza esporla ad infamia, ecco l’annuncio: un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati». Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi» (Mt 1,20-23).
Il Dio-con-noi viene a condividere la nostra storia e ad accompagnare gli incerti passi umani non confermandoci nei nostri progetti ma spiazzandoci. Da Abramo in poi, la condizione del credente è quella di fuoriuscire dai territori conosciuti per percorrere le strade indicate da Dio. Noi abbiamo ridotto la fede alla stregua di una polizza assicurativa: Dio serve per la buona riuscita dei nostri propositi. Dio è con noi, nel senso che sostiene quanto desideriamo fare. Questo modo di intendere la presenza di Dio ha trovato la sua traduzione più aberrante sotto il regime nazista, i cui soldati portavano scritto sul cinturone la traduzione tedesca del nostro testo: Gott mit uns! Matteo, mentre ci introduce nel suo racconto, ci ricorda che le vie di Dio non sono le nostre vie (cfr Is 55,8-9).
Nella soglia finale, Gesù risorto si avvicina ai discepoli dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente» (Mt 28,16-20).
Colui che è diventato discepolo di Gesù (un compito che dura tutta la vita!), dovrà farsi carico degli altri, facendo in modo che tutti possano sperimentare la salvezza. Gesù ci accompagna, assicurandoci la sua presenza costante, fedele, in ogni momento: nei giorni luminosi come in quelli tristi, quando si cammina spediti e quando si deve affrontare la crisi.
All’inizio come alla fine, il Dio-con-noi ci mette in movimento, ci invita ad andare, varcando i confini del nostro piccolo io e battendo i sentieri che Lui stesso ci indicherà. Non saremo soli in questo viaggio: Lui è con noi.
TRA DELEGA E PROTAGONISMO
Le nostre vite si svolgono all’interno di un preciso orizzonte culturale. Anche se ognuno di noi ha una propria personalissima storia ed è originale rispetto agli altri, ci accomuna il respirare la medesima aria, l’essere figli di questa società. L’ambiente nel quale ci muoviamo è in continua evoluzione; tutto è accelerato e lo scenario muta nel giro di pochi anni. Se fino a qualche decennio fa, la cultura ambiente ci spronava alla partecipazione diretta, ad essere protagonisti sulla scena sociale, oggi, all’opposto, siamo succubi della cultura della delega, che fa di noi degli spettatori. Pur di non essere disturbati, lasciamo che siano altri ad occuparsi della politica, dell’economia, della scuola, della fede…
Certo, deleghiamo perché è comodo farlo. Pensiamo anche solo alla programmazione di un viaggio in auto: se ci pensa il Tom Tom ad indicarci il percorso, possiamo risparmiarci la fatica di studiare la cartina. Deleghiamo, anche, perché non si può fare tutto: io faccio la mia parte; altri pensino al resto. Tutto vero. Anzi, persino inevitabile: non siamo mica onnipotenti! Però, dietro il “realismo” che ci suggerisce di ridimensionare gli impegni, si nasconde il pericolo di perdere il gusto di provare, di metterci in gioco, di accettare le sfide della vita. E c’è anche quell’eccesso di prudenza che ci spinge a non far più niente, se non siamo sicuri di essere all’altezza, di avere tutti gli strumenti necessari, di poter contare su un sicuro esito positivo.
La fede, al contrario, è scommessa. O meglio, la fede biblica, perché esiste anche un’altra versione della fede, che delega tutto a Dio e rende passivi i fedeli. Non così Abramo, il quale per fede, quando fu chiamato, ubbidì, per andarsene in un luogo che egli doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava (Eb 11,8-9). Per Abramo fidarsi di Dio significa mettersi in cammino e rischiare.
Il credente, che non è un ingenuo, sa che nella vita si corre sempre il pericolo di essere ingannati dagli altri, come anche di fallire rispetto ai propri ideali. E nonostante questo, non si tira indietro, accetta il rischio. Osa esporsi, assumendosi le proprie responsabilità.
La fede in Dio si traduce in fiducia in se stessi, negli altri, nella vita. Chi crede è chiamato a diventare protagonista umile e coraggioso, per impastare con le sue stesse mani la pasta della vita quotidiana con il lievito del Regno di Dio.
Senza mai sentirci noi i salvatori del mondo (“Dio ci salvi dai salvatori”!), mettiamo a frutto i nostri talenti, superando la tentazione della delega ed impegnandoci in prima persona, come discepoli che cercano di fare, qui ed ora, la volontà di Dio.
POLIGLOTTI
In questo periodo dell’anno, tra le varie attività previste nel menù di ogni città, vengono pubblicizzati i corsi di lingua straniera. Inserzioni sui giornali, cartelloni affissi ai muri, pubblicità su televisioni e su internet invitano le persone a riservare del tempo e ad investire del denaro per apprendere una nuova lingua. La cosa è del tutto comprensibile in una società globalizzata come la nostra, nella quale la possibilità di comunicare col maggior numero di persone è diventata importante, non solo dal punto di vista economico.
Come cristiani, non possiamo non essere sensibili alla questione delle lingue. Ci contraddistingue, infatti, l’ascolto di una Parola “straniera”, quella di Dio, che desidera essere compresa da tutti. I discepoli di Gesù, fin dall’inizio, si sono preoccupati di rendere comprensibile l’evangelo, scrivendo nella lingua più diffusa di allora – il greco – un messaggio che era risuonato inizialmente nell’idioma ebraico. E nelle prime comunità cristiane il “parlare in lingue” veniva considerato un dono divino.
Nel nostro modo un po’ magico di comprendere la fede, l’attenzione si concentra sul fatto straordinario dell’esprimersi in lingue non imparate sui banchi di scuola, sul dire parole incomprensibili che pensiamo sia lo Spirito a suggerire. L’apostolo Paolo, non senza fatica, ha provato a chiarire la questione ai cristiani di Corinto, che, come noi, ne fraintendevano il significato: se io venissi a voi parlando in altre lingue, che vi servirebbe se la mia parola non vi recasse qualche rivelazione, o qualche conoscenza, o qualche profezia, o qualche insegnamento? Io ringrazio Dio che parlo in altre lingue più di tutti voi; ma nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili per istruire anche gli altri, che dirne diecimila in altra lingua (1Co 14,6.18-19).E ancora: Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo (1Co 13,1).
Capite bene che il problema non è “fare colpo” perché si dicono cose strane. La posta in gioco sta nel saper tradurre nei vari linguaggi umani quella Parola di vita che abbiamo ricevuto; e di farlo con amore, non con presunzione o in modo giudicante.
Abbiamo iniziato il cammino di quest’anno provando a raccontarci “la nostra storia con Dio”. Una storia plurale, espressa con linguaggi differenti: quello del sentirsi amati ed in pace, accanto alla ricerca inquieta di un senso; il linguaggio etico del fare i conti con i propri limiti e quello dello stupore e della gratitudine per i tanti doni ricevuti; l’incontrare Dio come momento di maturità e compimento dei tanti desideri e, insieme, il sentirsi dei principianti, all’inizio di un’avventura tutta da vivere…
Nelle nostre vite, come del resto succede anche nelle Scritture, l’esperienza di Dio viene raccontata in tante lingue. Il non pensare che la nostra lingua madre sia l’unica; la fatica nell’apprendere altre lingue con cui viene detta la fede; la curiosità di ascoltare le storie degli altri; il lasciarci istruire da sorelle e fratelli che parlano linguaggi differenti: questa è la sfida da raccogliere. Vincendo le paure, superando i comodi provincialismi che fanno della fede solo un’esperienza di conferma e non più un cammino di apertura e conversione.
Sapremo essere una comunità poliglotta? Proviamo, almeno, ad iscriverci al miglior corso in circolazione per l’apprendimento delle lingue: quello fornitoci dalla Bibbia. Alla scuola delle Scritture, ascolteremo e mediteremo sui tanti modi con cui si può incontrare Dio. Se non diserteremo i corsi (!), impareremo ad essere meno giudicanti e più capaci di comprendere gli altri e le loro lingue.
LA NOSTRA STORIA CON DIO
A settembre riprendono le varie attività, in parte interrotte per la pausa estiva. Ed ogni anno, giunti al termine dell’estate, torniamo ad interrogarci sul senso di questa ripresa, a cui vorremmo sfuggire ma che ci tocca affrontare. Quest’anno vi propongo di riflettere sul fatto che le riprese non sono tutte uguali. A volte abbiamo l’impressione che tutto si ripeta, come il ciclo delle stagioni: dopo l’estate, ecco l’autunno e poi l’inverno, la primavera e di nuovo l’estate. Finché vivremo, sappiamo che sarà sempre così, che c’è un tempo ciclico che continua a riproporre lo stesso scenario. Ma le nostre vite, che si esprimono avendo alle spalle questo scenario fisso, non si iscrivono in una logica ripetitiva, dove tutto è sempre uguale. Noi abbiamo una storia. Anzi, siamo storia. Siamo fatti di eventi spesso imprevedibili; affrontiamo situazioni che mai avremmo immaginato. Ed anche quegli ingredienti della nostra vita che si ripetono, li viviamo in modo diverso a seconda della stagione della vita che stiamo attraversando, dei diversi stati d’animo, delle passioni che nutriamo, delle relazioni che intessiamo…
Avere uno sguardo “storico”, significa saper scorgere in prospettiva i giorni della nostra vita, intuendo che non ce n’è uno uguale all’altro. E giungere così ad interrogarsi sul cammino fatto e su quali sfide il nostro presente ci domanda di affrontare.
Questo vale anche per quella particolare esperienza di vita che chiamiamo fede. Anche con Dio ciascuno di noi ha una storia, fatta di alti e bassi, di entusiasmi e dubbi. La fede non può essere ridotta a compiere dei gesti religiosi sempre uguali nei confronti di un Dio pensato come “motore immobile”. Gli esseri umani si incontrano con Dio nel tempo, vivendo una relazione ricca e mai riducibile ad una formula. Non per niente la Sacra Scrittura si presenta non come un prontuario di definizioni, un catechismo, ma come la narrazione di tante storie.
Alla fine di questo mese di settembre (nel pomeriggio di domenica 30), la nostra comunità vivrà un momento di confronto proprio su questo aspetto: la mia storia con Dio. Ognuno di noi è invitato a fare memoria della propria esperienza di fede vissuta lungo gli anni. Proveremo a raccontarci com’è maturata la nostra relazione con Dio; quali sfide ha dovuto affrontare e a quali convinzioni sono giunto. Questa storia dà forma alla mia fede, dice la mia spiritualità. Perché ogni persona vive una singolare esperienza di fede. E l’essere chiesa non comporta l’annullamento dell’originalità del mio percorso. Piuttosto, domanda la scelta di condividere la mia storia, di credere alla ricchezza del confronto. Senza assolutizzare il proprio punto di vista e senza giudicare la storia altrui. Ognuno di noi è una voce indispensabile del coro: originalissima, con un timbro proprio. Vogliamo ascoltarla e gustarla con attenzione e gratitudine, provando fin da subito ad intuire la sinfonia che Dio va orchestrando con le nostre differenti storie.
LA LETTURA DI CUI ABBIAMO BISOGNO
Nel nostro immaginario, l’estate è tempo di riposo e di letture. Sotto l’ombrellone o su una panchina lungo un sentiero alpino, ci gustiamo la meritata tranquillità leggendo finalmente quel libro che gli impegni consueti ci hanno costretto a mettere da parte. Sappiamo bene che l’immaginario non sempre corrisponde alla realtà. Che per molti le ferie sono un lusso che non ci si può permettere. Che ci sono i figli da gestire. Che i tempi della vita nella nostra società sono a tal punto rimescolati da far saltare tutti i ritmi…
Ma l’immaginario, da sempre, non si limita a fotografare l’esistente: esprime anche i desideri che ci abitano (per quanto impossibili possano apparirci). Alla base del (vecchio?) cliché della lettura estiva, fa capolino il desiderio di avere del tempo per capire più a fondo noi ed il nostro tempo. A nessuno basta il venire al mondo. A differenza degli animali, che istintivamente si muovono nel loro ambiente, gli esseri umani, privi di questa specializzazione, sentono l’esigenza di conoscere se stessi e di “leggere il mondo”.
Quali letture ci aiutano in questo compito? Innanzitutto, la Bibbia, che ci offre una parola sapiente, mai banale, che aiuta nel difficile compito di capire più a fondo il nostro vissuto. Durante il periodo lavorativo il testo sacro fatica a trovare spazio. Un brano ascoltato al culto domenicale; un versetto letto frettolosamente: niente a che vedere con la lettura di un intero libro biblico, con il necessario approfondimento richiesto. Approfittare dell’estate per riprendere in mano le Scritture è scelta saggia e lodevole.
Bibbia e giornale
Ma una spiritualità cristiana non può sottrarsi al compito altrettanto urgente di comprendere il proprio tempo nonché l’animo umano ed il proprio io. Il presente non è indifferente per una fede “storica”, in ascolto di un Dio che si è fatto “carne” ed è entrato nel tempo. Quali testi ci possono aiutare in questa operazione di discernimento del nostro tempo? Karl Barth consigliava di tenere nelle due mani “Bibbia e giornale”: due strumenti entrambi necessari per quanti vogliono guardare la realtà, e non soltanto farsi travolgere e sconvolgere da essa. Sempre Barth amava dire che “tra la Bibbia e il giornale, come tra due poli di un arco elettrico, devono cominciare ad accendersi lampi di luce per rischiarare la terra”. Come non concordare con questa indicazione che traduce, allo stesso tempo, la passione per Dio e quella per la storia umana? Dunque, il testo di lettura che dobbiamo portare con noi in spiaggia o sui monti sembrerebbe il giornale.
Non di solo giornale…
Tuttavia, il riferimento alla cronaca narrata sui quotidiani risulta insufficiente. Il filosofo Kierkegaard, a questo riguardo, così si esprime nel suo diario: “I libri sono letti da pochi, i giornali da tutti. Come se su una nave ci fosse un solo megafono di cui si fosse impossessato il garzone di cucina, con il consenso di tutti. Ora, tutto ciò che il garzone di cucina aveva da comunicare (“metti il burro negli spinaci”; “oggi fa bel tempo”; “chissà se non c’è qualche guasto laggiù” ecc.) era comunicato col megafono; mentre il capitano doveva dare gli ordini con la sola voce, perché ciò che il capitano aveva da dire non era poi tanto importante! Anzi, il capitano alla fine dovette invocare l’aiuto del garzone di cucina per riuscire a farsi sentire, quando questi si degnava di riferire i suoi ordini, i quali spesso passando attraverso il garzone di cucina ed il suo megafono erano completamente travisati. Nel qual caso il capitano alzava invano la sua povera voce, perché l’altro col suo megafono soverchiava tutto. Alla fine il garzone di cucina s’impossessò del comando della nave, perché aveva il megafono”.
Un secolo dopo, quando ancor più forte è il rischio di rimanere in superficie, Dietrich Bonhoeffer scrive che “l’esperienza della qualità significa tornare dal giornale e dalla radio [non c’erano ancora la televisione ed il computer!] al libro, dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione”. Come dire: c’è modo e modo di leggere il proprio tempo. La cronaca fatica a cogliere i sommovimenti profondi, gli snodi, le sfide del presente. Dunque, più che il giornale, la lettura della storia va fatta sfogliando libri, saggi di approfondimento. E, ancor di più, quei romanzi e quella letteratura che non si limitano all’intrattenimento ma sanno cogliere il proprio tempo ed esplorare l’anima umana mettendo in scena una molteplicità di punti di vista.
Leggere come questione spirituale
In un contesto umano sempre più triviale e banalizzato, inseguire la notizia sembra allontanare dalla realtà, più che offrire chiavi di lettura. Il fermarsi all’attualità rischia di essere una scelta miope. Meglio domandarci la fatica dell’approfondimento; scommettere sui tempi lunghi di letture distese, in grado di accendere sguardi inediti sul nostro tempo, di donarci intuizioni preziose per la sua decodificazione. Libri che, mentre li leggiamo, ci sentiamo letti. Non è una semplice opzione culturale: è una mossa spirituale decisiva per vivere una fede non ridotta a slogan.
Buona lettura!
PIETRE VIVENTI
Sono passati 50 anni dalla posa della prima pietra della nostra cappella Betel. Tra le mura di questa casa, la nostra chiesa ha vissuto la quasi totalità della sua storia. Momenti alti, nei quali la fede si è nutrita della Parola di Dio ed ha trovato le parole per esprimersi; e momenti bassi, dove ha prevalso l’inimicizia sulla comunione, l’incoerenza sulla fedeltà all’evangelo. La vita di una chiesa è fatta dalla grandezza di Dio e dalle fragilità umane. Se desideriamo fare memoria di questi 50 anni non è per autocelebrarci, per affermare con malcelato orgoglio che Dio ha fissato la sua residenza in via Dufour 13.
Un giorno il re Davide espresse al profeta Natan il desiderio di costruire una casa per Dio: «Vedi, io abito in un palazzo di cedro e l’arca di Dio sta sotto una tenda». Ma il Signore parlò così al suo profeta: «Va’ e di’ al mio servo Davide: Così dice il SIGNORE: Saresti tu quello che mi costruirebbe una casa perché io vi abiti? Ma io non ho abitato in una casa, dal giorno che feci uscire i figli d’Israele dall’Egitto, fino a oggi; ho viaggiato sotto una tenda… il SIGNORE ti annunzia questo: sarà lui che ti fonderà una casa!» (2Sam 7:1-16).
Dio non lo si può rinchiudere in un luogo e noi non ne siamo i gelosi custodi. Piuttosto, è Lui che ci custodisce e la sua presenza ci fa sentire a casa.
E allora, perché i cristiani costruiscono luoghi di culto? Il figlio di Davide, Salomone, costruttore del tempio, affronta la questione mentre prega con queste parole:
«Ma è proprio vero che Dio abiterà sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere; quanto meno questa casa che io ho costruita! Tuttavia, o SIGNORE, Dio mio, abbi riguardo alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica… Siano i tuoi occhi aperti notte e giorno su questa casa… ascolta dal luogo della tua dimora nei cieli; ascolta e perdona!» (1Re 8:27-30).
Il tempio, dunque, è solo un canale di comunicazione. Dio è in cielo: noi non lo possediamo. Lo possiamo però incontrare intrattenendo con Lui un dialogo, confidando nella sua grazia. Nessun spazio sacro, nessun luogo magico! Dio cammina con noi nella vita di tutti i giorni. Un edificio di culto è solo una tappa lungo il percorso; un’area di sosta per riflettere sul senso del cammino, per riallacciare il confronto con Dio e la sua Parola di vita. E’ il Signore Gesù la pietra viva su cui costruire la casa delle nostre esistenze:
«Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa,anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale…» (1Pt 2:4-5).
La fede si traduce nel sentirci a casa, accolti da un Dio che si prende cura di ciascuno. E nell’assunzione di responsabilità di chi si sente parte di un progetto, pietra vivente del Regno, cittadino del mondo giusto sognato da Dio fin dal principio:
«Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare,sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2:19-1).
Grati perché «fin qui ci ha aiutato il Signore» (1Sam 7:12), vogliamo continuare ad incontrarci in questa cappella per ascoltare la Parola di Dio ed intessere legami di comunione con le sorelle ed i fratelli.
LA FEDE TRA VITA E MORTE
Gesù viene condannato a morte perché è ritenuto blasfemo. Quando, durante il processo, afferma di essere il Cristo, viene pronunciato sul suo conto un giudizio netto: «Egli ha bestemmiato; che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la sua bestemmia; che ve ne pare?». Ed essi risposero: «È reo di morte» (Mt 26,65-66).
La sentenza capitale è, dunque, pronunciata per motivi religiosi. E’ in nome di Dio che si scatena l’odio contro di Lui. Gesù aveva preparato i suoi a questo esito drammatico e aveva aggiunto che la medesima sorte sarebbe toccata loro. Ecco come spiega questa opposizione: «l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio» (Gv 16,2). Anche sul Golgota i passanti che assistono allo spettacolo della croce parlano un linguaggio religioso per mettere in dubbio la sua presunta identità: «se tu sei Figlio di Dio, scendi giù dalla croce!»… «si è confidato in Dio: lo liberi ora, se lo gradisce, poiché ha detto: “Sono Figlio di Dio”» (Mt 27,40 e 43). E’ lo stesso linguaggio usato da Satana all’inizio del ministero pubblico di Gesù: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani… gèttati giù…» (Mt 4,3 e 6).
Dall’inizio alla fine la passione di Gesù per il Regno ha suscitato una passione contraria anch’essa vissuta “in nome di Dio”. La religione può produrre morte, allora come oggi. Di fatto, Gesù è stato ucciso per fedeltà alla volontà di Dio. Lo scandalo della croce (1Cor 1,23) è anche questo: che mentre rivela il volto inedito di un Dio che non chiede la vita dei suoi fedeli ma, al contrario, offre la sua, nello stesso tempo svela il volto oscuro di una fede che condanna e uccide.
I racconto evangelici narrano di un Gesù che, in nome di Dio, critica la religione. Noi per secoli ce la siamo cavata dicendo che la critica riguarda gli ebrei, senza renderci conto che ad essere in questione è la nostra stessa fede, la presunzione di avere la verità e di giudicare “in nome di Dio” quanti non la pensano come noi.
Tra le “passioni tristi” che ci impediscono di vivere secondo l’evangelo dobbiamo, allora, annoverare anche la religione. O, almeno, quel modo distorto di riferirci a Dio che ci porta a giudicare e a condannare, che ci irrigidisce invece che aprirci.
Mentre facciamo memoria del Crocifisso risorto, a Pasqua domandiamo che anche la nostra fede possa “risuscitare” a vita nuova. Che sia, cioè, portatrice di vita, e non di morte; di ascolto, e non di disprezzo; di misericordia, e non di giudizio. Che il Risorto, come ai due di Emmaus (Lc 24,13-35), ci doni l’intelligenza per leggere bene le Scritture, ci faccia ardere il cuore e ci apra, di nuovo, alla speranza di una fede gioiosa e liberante, che annuncia una vita più forte della morte.
LA PASSIONE DI GESU’
“Passione” è parola-chiave, capace di dire in sintesi cosa sia la fede ma anche che cosa le si opponga. Nel nostro cuore, infatti, si confrontano due passioni: quella per Dio e per il suo Regno; e quelle passioni tristi che spengono la fiducia e ci rinchiudono in noi stessi. Nel tempo che precede la Pasqua, detto Quaresima ma anche (e non a caso!) tempo di Passione, siamo invitati a fermarci e a considerare più attentamente la battaglia che si svolge nel nostro cuore. Perché, per l’appunto, le due passioni non si presentano in modo alternativo, escludendosi a vicenda. Esse ci abitano contemporaneamente, contendendosi il nostro consenso. I racconti evangelici, parlandoci degli ultimi momenti di Gesù, ci narrano di questa battaglia che non ha risparmiato neppure il Figlio di Dio. Come in quel fermo-immagine, poco prima dell’arresto, quando veniamo a sapere cosa si agita nell’animo di Gesù:
Giunsero in un podere detto Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedete qui finché io abbia pregato». Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e cominciò a essere spaventato e angosciato. E disse loro: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate». Andato un po’ più avanti, si gettò a terra; e pregava che, se fosse possibile, quell’ora passasse oltre da lui. Diceva: «Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi» (Mc 14,32-36).
La paura, la tristezza (mortale!), il senso dell’abbandono: Gesù ha vissuto tutte queste passioni tristi, le ha attraversate e patite. Non si è limitato a diagnosticarle in altri. E proprio perché ha condiviso la nostra condizione di fragilità, possiamo metterci al suo seguito per comprendere come vegliare nella notte delle passioni tristi. Come poter riaccendere quella passione per Dio che ci spinge a desiderare quello che vuole Lui.
In questo tempo quaresimale non ci è chiesto tanto di commuoverci per i dolori patiti da Gesù. Piuttosto, siamo chiamati a vivere la fede come un esercizio di verità sulla nostra esistenza. E’ quello che dice Gesù alle donne che lo osservano portare la croce: Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli (Lc 23,28).
Come Gesù, prendiamoci del tempo, andiamo in disparte, in un luogo silenzioso che consenta la riflessione. Il riservare del tempo per la preghiera ha, innanzitutto, questo significato: rientra in te stesso; prova a nominare ciò che opprime la tua anima, le preoccupazioni, le paure e le tristezze che ti bloccano. Solo a questo punto – dopo, cioè, che hai avuto il coraggio di guardare in faccia il tuo vissuto – la preghiera diventa invocazione, domanda di essere sostenuto ed accompagnato dal Padre.
Il coraggio della verità e la passione per il progetto di Dio, nonostante tutto: sono questi i doni promessi a chi prova a seguire Gesù nel cammino della sua pasqua.
IL MORSO DELL’INVIDIA
Riprendiamo la nostra riflessione sulle passioni. Negli anni precedenti ci siamo chiesti cosa sia la fede cristiana, in che cosa propriamente consista. E abbiamo scoperto che essa non è tanto una credenza mentale, una serie di affermazioni da ritenere vere, quanto piuttosto quella passione per la vita (Gv 10,10) che nasce dall’ascolto della Parola, che consiste nel condividere il sogno di Dio, il suo Regno. Ora, però, vogliamo anche capire come mai questa passione fatichi ad infiammarci, quali siano gli ostacoli che raffreddano la nostra fede. Infatti, noi siamo abitati anche da passioni negative, tristi, che ci trascinano in basso: non verso la pienezza della vita ma nella tristezza e nel risentimento. Si tratta di vere e proprie malattie dell’anima che ci impediscono di vivere secondo l’evangelo. Ovvero, quelli che tendiamo a definire semplici difetti umani, caratteriali, si dimostrano, allo stesso tempo, patologie della fede.
Abbiamo già accennato alla principale passione triste che caratterizza il nostro presente e che rischia di allontanarci dalla fede: la paura. Questa volta proviamo a riflettere sull’invidia. Una passione che rode l’anima, corrode l’identità e distrugge ciò a cui tende la fede, ovvero la comunione nella diversità. Dell’invidia la Scrittura ci parla fin dall’inizio. A partire dal gesto di Caino, invidioso dell’accoglienza che Dio riserva al sacrificio offerto da Abele. Con poche pennellate, il testo biblico mette in scena gli ingredienti fondamentali di questa passione triste.
Avvenne, dopo qualche tempo, che Caino fece un’offerta di frutti della terra al SIGNORE. Abele offrì anch’egli dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il SIGNORE guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato, e il suo viso era abbattuto. Il SIGNORE disse a Caino: «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!» Un giorno Caino parlava con suo fratello Abele e, trovandosi nei campi, Caino si avventò contro Abele, suo fratello, e l’uccise. Il SIGNORE disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?» Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Il SIGNORE disse: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra» (Gen 4, 3-10).
E’ descritta bene l’invidia che non si manifesta con parole. Agisce di nascosto al punto che anche chi ne è affetto, non ne è consapevole. Ammetterla, sarebbe come dichiararsi inferiore della persona invidiata. Essa si manifesta nel segreto dell’anima, laddove ci si domanda: perché lui sì e io no? L’invidia, come indica la sua etimologia (in-video), è un vedere negativo, un soffrire del bene raggiunto dall’altro ed un gioire delle sue disgrazie. Narra una leggenda slovena che un contadino ricevette la visita di una fata, la quale gli prometteva di realizzare ogni suo desiderio. Ad una condizione: che avrebbe dato al suo vicino il doppio di quanto avesse chiesto. A quella proposta, senza esitazione, il contadino disse: “cavami un occhio”. Una storia terribile che dice bene di cosa si è capaci quando si è rosi dall’invidia. L’invidia si manifesta in uno sguardo torvo e rancoroso, nel volto abbattuto di Caino. Nasce dall’incapacità di accettare la differenza dell’altro, dal desiderio di eliminarlo. Come è capitato a Gesù: “Pilato sapeva che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt 27,18).
Nella nostra società dello spettacolo, ben rappresentata dai reality shows, che esaltano la logica della sfida ed il meccanismo della eliminazione, l’invidia la fa da padrona. Eppure il testo biblico ci dice che è possibile dominare questo modo inautentico di vivere le relazioni umane. Come? Accettandosi per quello che siamo, comprese le fragilità che ci abitano. E accettando gli altri non come antagonisti, avversari in una competizione infinita. Gli altri sono un dono che Dio ci ha posto accanto perché “non è bene che l’essere umani sia solo” (Gen 2,18). Impariamo dalle Scritture quella sapienza delle relazioni che si manifesta in un amore non invidioso (1Cor 13,4), in uno sguardo empatico, non giudicante.
UN NUOVO ANNO…
Cosa ci aspettiamo dal nuovo anno? Un famoso testo letterario, a forma di dialogo, prova a rispondere a questa domanda. Eccolo:
Venditore Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere Almanacchi per l’anno nuovo?
Vend. Sì signore.
Pass. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Vend. O illustrissimo, sì, certo.
Pass. Come quest’anno passato?
Vend. Più più assai.
Pass. Come quello di là?
Vend. Più più, illustrissimo.
Pass. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Vend. Signor no, non mi piacerebbe.
Paas. Quanti anni nuovi sono passati dacchè voi vendete almanacchi?
Vend. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Pass. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Vend. Io? Non saprei.
Pass. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Vend. No in verità, illustrissimo.
Pass. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Vend. Cotesto si sa.
Pass. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Vend. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Pass. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Vend. Cotesto non vorrei.
Pass. Oh che altra vita vorreste rifare? La vita c’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Vend. Lo credo cotesto.
Pass. Nè anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Vend. Signor no davvero, non tornerei.
Pass. Oh che vita vorreste voi dunque?
Vend. Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Pass. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Vend. Appunto.
Pass. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascono è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene; se a patto di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Vend. Speriamo.
Pass. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Vend. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Pass. Ecco trenta soldi.
Vend. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
Secondo Giacomo Leopardi, autore di questo Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggere (1832), all’inizio di un nuovo anno, o si è degli ingenui ottimisti come il venditore di almanacchi o, al contrario, dei razionalisti disincantati come il passante. Leopardi, da buon razionalista, prende di mira chi è incline alle illusioni e alle speranze infondate. Per lo scrittore, il futuro ci riserva solo vecchiaia e morte. La Bibbia, invece, non ci sta a questa alternativa secca. Parla di speranza, guardando in faccia la disperazione ed il non senso. Ci insegna ad attendere la novità del Regno di Dio, collaborandovi a partire da quanto abbiamo maturato negli anni precedenti. Ci spinge a ricominciare ogni volta daccapo, oltre la resa alla difficoltà del cambiamento ed oltre la presunzione di sentirci già arrivati. Il Dio che si è fatto carne, che ha vissuto nella storia umana, non ci tratta da ingenui ma ci chiama ad una speranza impegnativa, che domanda conversione. Che il nuovo anno ci veda capaci di una simile speranza!
L’ARIA FRESCA DEL NATALE
In che cosa consiste la salvezza?
La Bibbia ne parla come di una vita non più sterile, paralizzata dalla paura,
bensì feconda e fiduciosa. E’ l’esperienza del riconoscersi riconosciuti, del
sentirsi accolti, non più soli. Sono molte le immagini usate per dire la
salvezza. Con una caratteristica comune: tutte danno voce ad una relazione. Non
ci si salva da soli. La salvezza viene dall’esterno, dall’incontro con l’altro,
in modo inaspettato.
Narra una leggenda del seguito del primo incontro avvenuto tra Salomone e la regina di Saba (1Re 10).
Quest’ultima, stupita per la grande sapienza esibita dal re d’Israele, ma non
ancora del tutto convinta, con la scusa di contraccambiare l’accoglienza
ricevuta a Gerusalemme, lo invita nel suo regno per metterlo alla prova. Dopo
l’accoglienza sontuosa, lo introduce in una stanza piena di bellissimi fiori, opera dei migliori artisti
del posto. Le creazioni artistiche in nulla si differenziano dai prodotti della
natura: ne imitano il colore, la forma, il profumo e la consistenza. La prova a
cui viene sottoposto Salomone consiste nell’individuare l’unico fiore vero,
nascosto tra le migliaia di fiori finti. Il re sapiente questa volta fatica a
trovare la soluzione. Il disagio lo fa sudare. Chiede, dunque, il permesso di
aprire una finestra. Ed ecco che, ad un tratto, un’ape entra nella stanza e va
a posarsi su un fiore: quello che il re sapiente potrà indicare come l’unico
autentico.
Noi, a volte, affrontiamo l’esistenza come se fossimo soli, chiusi in una stanza, a sostenere una missione impossibile, senza scampo. Basterebbe aprire una finestra, affidarsi ad una sapienza straniera, ad una presenza inattesa e gratuita. Che cos’è il Natale, se non quest’aria fresca che irrompe nelle nostre stanze chiuse? Di cosa ci rallegriamo, se non di una presenza in grado di indicarci dove stia la vita autentica? Facciamo memoria della nascita di Gesù, la Parola fatta carne, come della grazia di essere visitati e tratti in salvo dall’abisso di
solitudine e sterilità in cui rischiamo di precipitare.
UNA FEDE CHE VINCE LA PAURA
Vogliamo vivere una fede che sia all’altezza dei tempi. Non ci interessa fare i custodi di un museo, pieno dei ricordi di quanto i credenti hanno prodotto nei tempi antichi. L’evangelo è lievito per la pasta di questa nostra storia. La Parola che ci interpella parla del nostro presente, ci spinge ad interpretarlo: Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia!” e la mattina dite: “Oggi tempesta, perché il cielo rosseggia cupo!” L’aspetto del cielo lo sapete dunque discernere, e i segni dei tempi non riuscite a discernerli? (Mt 16,2-3). Ogni epoca è caratterizzata da segni particolari e da sfide specifiche. Nella modernità, i credenti hanno dovuto affrontare la sfida che la Ragione ha lanciato alla fede: o pensi o credi. In quella stagione è stato decisivo ripensare la fede in modo tale che non fosse una superstizione. Occorreva passare da una fede cieca, assunta per tradizione, ad una fede intelligente, in grado di rendere ragione della propria speranza (1Pt 3,15). Ora, in questo nostro tempo, cosiddetto post-moderno, la sfida decisiva sembra essere quella tra fede e paura, tra fiducia in Dio, negli altri, nella vita e sospetto di tutto e di tutti. La paura non è di per sé negativa: è un prezioso campanello d’allarme che suona di fronte al pericolo. Diventa però una malattia quando ci paralizza, ci chiude ad ogni relazione, ci costringe a giocare in difesa. Quando prevale questo atteggiamento di spavento nei confronti della vita, Dio che fine fa? Alcuni lo escludono e basta. Altri, invece, pensano che la paura sia un’alleata della fede e fanno di Dio il garante della propria sicurezza. La salvezza diventa una polizza assicurativa in più. La fede, una pratica identitaria, un motivo per prendere le distanze da chi non la condivide. La vita cristiana, un’esperienza di sospetto e inimicizia nei confronti di un mondo che non segue Dio. Basterebbe aprire una qualsiasi pagina evangelica per comprendere che non è stata questa l’esperienza di Gesù di Nazaret e dei suoi discepoli. La fede è fiducia in Dio e nel mondo da Lui voluto, creato, amato. I cristiani sono chiamati ad essere costruttori di relazioni buone, impegnati a tessere legami, proprio perché credono in un Dio che ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio. E non lo ha mandato nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3,16-17). La Bibbia ci aiuta a individuare questa vera e propria malattia dell’anima che è la paura. Ci insegna a non rimuovere i problemi, a guardarli in faccia. E, insieme alla diagnosi, ci consegna una prognosi per guarire dalle nostre chiusure. Dice il profeta: l’opera della giustizia sarà la pace e l’azione della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre (Is 32,17). Possiamo superare la paura e sentirci sicuri non perché abbiamo le porte blindate ed evitiamo di intrattenerci con gli sconosciuti. Solo se sapremo costruire relazioni giuste, vivremo in pace e tranquillità. Il nostro tempo ci chiede una fede capace di superare la paura. Una fede sapiente, costruttiva (e non lamentosa!). Una fede che nasce dalla passione per il sogno di Dio; che scommette sulla forza dell’amore. Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. In questo l’amore è reso perfetto in noi: che nel giorno del giudizio abbiamo fiducia, perché qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo. Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello (1Gv 4,16-21).
MALATTIE DELL’ANIMA, PATOLOGIE DELLA FEDE
Siamo una comunità di persone che desiderano mettersi in ascolto di una Parola che ci interpella personalmente e ci indica uno stile di vita con cui affrontare la vita di ogni giorno. E’ questo che ci costituisce come chiesa; ed è da qui che, ogni volta, dobbiamo riprendere il cammino. Vogliamo, dunque, ripartire dalla Parola essenziale che Dio ci rivolge (più che da tante chiacchiere); da noi stessi (invece che lamentarci degli altri); da una salvezza quotidiana (più che da sogni impossibili). Ma questo programma di massima, così semplice a dirsi, è di difficile realizzazione poiché trova in noi resistenza. Noi, infatti. non siamo un contenitore vuoto da riempire con le parole delle Scritture. Noi siamo delle persone strutturate, con una storia, un carattere; dobbiamo fare i conti con un quotidiano pieno di insidie, tentazioni, imprevisti… Non basta, dunque, scegliere il seme buono (la Parola) e pianificare la semina (i programmi ecclesiali). E’ decisivo lavorare sul terreno, ovvero su di noi. Negli ultimi tre anni abbiamo riflettuto sul senso delle Scritture. In esse troviamo una “Parola dall’alto”, divina, capace di accendere passioni (Torà); una “Parola dal basso”, che sorge dallo sguardo attento alla vita (scritti sapienziali); ed una “Parola per il presente”, che denuncia la nostra fede solo di facciata e ci spinge a vivere la giustizia di Dio in questa nostra società (profeti). Quest’anno, proviamo a monitorare il nostro vissuto, a fare un check-up dell’anima. Al fine di scovare quali malattie ci bloccano nella sfida di vivere secondo l’evangelo. Non si tratta di chiudere la Bibbia e di parlare di noi. La Scrittura ci è necessaria per fare una seria diagnosi del nostro stato di salute. Essa, infatti, che accende un occhio sapiente e penetrante sulle nostre esistenze, ci presenta con esattezza e senza giri di parole queste malattie dell’anima che non solo bloccano la vita nel suo desiderio di felicità, ma impediscono pure un autentico rapporto con Dio. I nostri difetti sono allo stesso tempo patologie della fede. Da guardare in faccia, senza timore di essere giudicati, dal momento che crediamo in un Dio che ha condiviso le nostre fatiche. Come leggiamo nella Lettera agli Ebrei: “La parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto. Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti, non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci, dunque, con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (Eb 4,12-16). Nella predicazione domenicale, negli studi biblici, nelle riflessioni proposte sul Bollettino e sul sito, cercheremo di mettere a fuoco le nostre resistenze interiori alla Parola di Dio e proveremo a raccogliere i suggerimenti che la Scrittura offre a chi desidera convertirsi e credere all’evangelo.
QUELLO CHE E’ DI DIO…
Eccoci, di nuovo, all’inizio di un nuovo anno sociale, a ragionare di ripresa, di nuovi progetti… Ed ecco, di nuovo, affiorare i dubbi e le obiezioni. Per quanti tra noi vivono situazioni difficili o sono delusi per desideri ed aspettative frustrate, la domanda suona così: ma ne vale la pena? Conviene coinvolgersi in un progetto, spendere tempo ed energie, se poi tutto finisce in niente? Chi sente così la vita, difficilmente si metterà in gioco in un cammino di fede. Ma anche quanti non giungono a conclusioni così drastiche sul senso dell’agire umano, possono vivere momenti di sconforto e decidere di “abbassare il tiro”, di accontentarsi del minimo indispensabile. L’unica via d’uscita da questa tentazione mortale consiste nel non spegnere la passione, nel ritrovare lo slancio dei primi tempi, della stagione dell’innamoramento. Come ci ricorderanno Rosane e Diego, che si sposano il 21 settembre, vale la pena scommettere sull’amore, camminare insieme accomunati da una medesima passione. Ma un’altra obiezione, forse, affiora nel nostro cuore: è possibile uscire dall’ingranaggio? Possiamo veramente scegliere, operare delle decisioni autentiche, oppure tutto è già stabilito da chi detiene le leve del comando? E’ il problema che uno di noi mi ha posto, tempo fa, al termine del culto. Il testo biblico proclamato nella liturgia insisteva sull’importanza di apprendere l’arte dell’ascolto, a partire da quanto dice l’evangelista Luca: “fate attenzione a come ascoltate!” (Lc 8,18). E la predicazione proponeva due indicazioni per dare corpo alla Scrittura: riservare un tempo per meditare, ovvero per leggere e rileggere una Parola che domanda tempo (tra la semina ed il raccolto, c’è il lungo tempo della crescita); e, inoltre, il sapersi stupire della realtà che ci circonda, dei tanti doni offertici da Dio. Per comunicarmi la difficoltà che queste indicazioni incontrano nella vita quotidiana, il mio interlocutore mi portava l’esempio del supermarket che, mediante una precisa campagna di promozioni, ti programma il tempo, sapendo che i lavori di manutenzione li puoi fare quando sei in ferie e che, dopo le vacanze, i tuoi figli riprendono la scuola e così via. Tu potresti pure ribellarti a questa programmazione, ma in questo caso perderesti l’offerta di poter acquistare i prodotti necessari con tanto di sconto. Che fare? Qualcuno sogna di uscire da questa società dei consumi (dove i primi ad essere consumati siamo noi!); e qualcuno fugge realmente, andando a vivere in qualche isola felice, preservata dall’ansia delle cose da accumulare. Ma per la maggior parte – per noi che viviamo in questa società – non resta che un “buon compromesso” con la realtà! Mi viene in mente la nota affermazione di Gesù: “a Cesare quello che è di Cesare; a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,17). Per forza di cose ci sarà sempre un Cesare che ci costringerà a “pagargli il tributo”. Per quanto forti, sapienti, alternativi possiamo essere, la vita ci obbligherà a fare cose che spontaneamente non avremmo mai scelto. Ma ci sono anche degli aspetti della vita che non appartengono a Cesare, che vanno oltre l’ingranaggio sociale. Questi spazi di libertà sono “di Dio”. Sono i momenti “divini” che ci consentono di non sentirci solamente rotelle di un ingranaggio più forte di noi; che ci permettono di sentirci figli e figlie di Dio, in mezzo ad una società sazia e disperata. Riprendere ancora una volta il cammino della fede significa proprio questo: non tanto sperare nel miracolo che la nostra esistenza cambi improvvisamente, sottraendosi alle contraddizioni di ogni giorno, quanto piuttosto – e più modestamente – scommetter che è ancora possibile salvaguardare qualcosa di divino, di non commerciale, di gratuito. Senza smettere di sognare i nuovi cieli ed una nuova terra, proviamo almeno ad essere «come il pastore che strappa dalla bocca del leone due zampe o un pezzo d’orecchio…» (Amos 3,12)!
VEDERE – VALUTARE – AGIRE
Alla scuola dei profeti abbiamo incominciato a capire cosa vuol dire vivere la fede nella storia. Gli scritti profetici denunciano quella fede di facciata che rinchiude Dio nel tempio, dimenticando che la sua Parola vuole risuonare nelle nostre esistenze quotidiane, tradursi in scelte concrete e stili di vita. Il Dio biblico non ci domanda una fede cieca. Per questo si lamento di coloro che “hanno occhi, ma non vedono, hanno orecchi, ma non odono” (Ger 5,21). Egli desidera che i credenti mantengano ben aperti gli occhi, in modo tale da vedere la realtà in cui ci è dato di vivere, sapendola valutare alla luce della Parola ed agendo in essa per renderla conforme al suo progetto. L’intero messaggio profetico possiamo tradurlo proprio con questi tre verbi: vedere – valutare – agire. Essi esprimono il modo profetico di “abitare la terra vivendo con fede”. Sono una precisa indicazione di marcia, una bussola preziosa, a patto che non separiamo le tre tappe suggerite dai tre verbi. La tentazione di accontentarsi di una sola di queste indicazioni è forte. Ci sono persone che si limitano a “vedere”. La loro vita assomiglia ad uno schermo su cui si succedono senza sosta infinite immagini, l’ultima delle quali fa dimenticare le precedenti. Sono semplici spettatori, che vivono di impressioni fugaci, che pensano alla loro esistenza come ad un insieme di frammenti slegati, incapaci di cercare un filo rosso che dia unità alle molteplici esperienze. Altri, invece, si limitano a “valutare”. Ritengono di sapere già tutto, di non avere bisogno di guardare più in profondità. La loro vita è dominata dal giudizio e dal lamento. Non sono nemmeno sfiorati dall’idea che devono assumersi una responsabilità personale, facendo delle scelte, agendo in un particolare modo. Infine, ci sono gli uomini di azione, per i quali conta solo “agire”, fare, senza troppo pensare. E’ gente pratica, che agisce d’istinto, terrorizzata al pensiero di doversi fermare, fare silenzio, riflettere. Lo spettatore distratto, il giudice lamentoso e l’indaffarato in mille impegni: sono tre figure umane in cui possiamo riconoscere altrettante tentazioni attuali che non ci permettono di vivere la fede nella storia. I profeti ci esortano a tenere insieme questi tre ingredienti necessari per dare forma ad un’umanità all’altezza del compito affidatoci da Dio, ovvero quello di una “vita piena”. La sfida, dunque, è quella di imparare a “vedere” quanto succede a noi e intorno a noi, con occhio penetrante, non con sguardo distratto: “Volgi lo sguardo intorno, e guarda” (Is 49,18). Occorrerà poi domandarci del tempo per riflettere e “valutare” quanto abbiamo iniziato a vedere, “non giudicando dall’apparenza, non dando sentenze per sentito dire” (Is 11,3). E infine, bisognerà “agire” in concreto, operando delle scelte responsabili laddove viviamo, ben sapendo che “non chiunque dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre che è nei cieli” (Mt 7,21). In questo periodo estivo, tempo utile per tirare il fiato ma anche tempo prezioso per bilanci esistenziali (chi siamo? Dove stiamo andando?), proviamo a seguire l’indicazione dei profeti. La strada da loro suggerita ci consente di vivere una vita non banale ed una fede capace di trasfigurare l’esistente.
UNA COMUNITA’ TUTTA PROFETICA
Il profeta Gioele annuncia il progetto di Dio per i tempi ultimi: «io spargerò il mio spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni. Anche sui servi e sulle serve, spargerò in quei giorni il mio spirito» (Gioele 2:28-29). Luca, nel Libro degli Atti degli Apostoli, ci dice che i tempi ultimi, a lungo attesi, sono iniziati con Gesù, il Crocefisso Risorto che ha donato a tutti il suo Spirito: «Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi» (Atti 2:3-4). «Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, vi sia noto questo, e ascoltate attentamente le mie parole. Questi non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del giorno; ma questo è quanto fu annunziato per mezzo del profeta Gioele: “Avverrà negli ultimi giorni”, dice Dio, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni”» (Atti 2:14-17 ). Viviamo in una società in cui ci si divide i compiti in base alle proprie competenze. Una scelta saggia: solo chi ha studiato medicina può essere in grado di esercitare la professione del medico in modo adeguato e non improvvisato. Eppure, questa regola di buon senso non vale sempre. Anzi, sotto certi aspetti risulta persino pericolosa. Pensiamo al rapporto educativo tra genitori e figli. Quante volte ci succede di non sentirci all’altezza del compito e di pensare che solo uno specialista possa risolvere il problema incontrato. Non voglio dire che non serva ricorrere agli specialisti: a volte, è necessario. Ma la tentazione della delega all’esperto provoca sfiducia nelle nostre risorse personali e ci riduce a spettatori della vita, incapaci di quel protagonismo che nasce dall’assunzione di responsabilità. Anche per la fede, è forte la tentazione di ricorrere all’esperto delle cose sacre – il profeta, il pastore. E’ il suo mestiere, ha studiato per questo, di sicuro ha un canale privilegiato di comunicazione con Dio… Com’è diverso il sogno di Dio! Egli desidera che tutti e tutte siano profeti. Che non si privatizzi quella sorgente di acqua viva che è la fede. L’esperienza di essere chiesa mette in discussione la classica divisione dei compiti, proponendo un modello “fraterno” (non “paterno”) di relazioni, che favorisce una diretta assunzione di responsabilità da parte di tutti. Noi siamo ancora lontani dall’essere una chiesa secondo il sogno di Dio. Alla scuola delle Scritture, tuttavia, proviamo ad apprendere l’arte della con-vivialità e della corresponsabilità. Che lo spirito della profezia ci renda comunità capace di discernere il nostro tempo. Che lo Spirito della visione e del sogno ci faccia diventare segno del Regno di Dio, ovvero di quel mondo giusto e fraterno da Lui pensato fin dalla creazione del mondo. Che le lingue di fuoco della Pentecoste accendano nuove passioni e ci rendano in grado di esprimere l’evangelo nelle lingue dei nostri contemporanei.
FAR RINASCERE LA FEDE
A Pasqua non risorge solo Gesù. I racconti evangelici ci dicono che anche la fede dei discepoli risorge. Se i seguaci di Gesù avevano dimostrato una fede coraggiosa, lasciando tutto per seguire il profeta di Nazaret, questa fede era venuta meno di fronte alla tremenda fine del loro Maestro. Condannato alla pena capitale, come il peggiore dei malfattori, Gesù non aveva saputo evitare che i suoi nemici lo mettessero a tacere. E a quel punto, cosa restava da fare ai suoi discepoli? Non si poteva che fare le valigie e tornare a casa (come i due di Emmaus); oppure onorare il cadavere al sepolcro, ricordando il bel passato condiviso (come Maria di Magdala). Ed ecco, invece, che l’avventura continua, che la fede rinasce. Gesù si mostra vivo ed invita i suoi a proseguire il cammino da Lui percorso. Nel tempo che segue la Pasqua siamo invitati a riflettere proprio sulla fede. E’ questo il tema: non tanto il fare i conti con un cadavere rianimato, con l’unico risorto da morte. Piuttosto, la domanda da far risuonare è la seguente: cosa significa “credere”? e com’è possibile credere in una storia che sembra mettere a tacere ogni progetto di cambiamento, che spegne ogni passione? La domenica 22 maggio avremo un appuntamento speciale insieme alle sorelle e ai fratelli delle Chiese Riformata e Avventista di Lugano. Oltre che un’occasione per conoscerci meglio, l’iniziativa vorrebbe innescare un percorso di ricerca sul tema della fede. Con l’aiuto del pastore Paolo Ricca, proveremo a riflettere su questo, lavorando a gruppi e preparando insieme il culto. La riflessione partirà da quel “disorientamento” che caratterizza il nostro contesto. Infatti, la fede, oggi, più che dover fare i conti con la critica e l’opposizione (come negli anni ‘60-‘70 dello scorso secolo), si trova a fronteggiare un contesto non ostile ma incapace di recepirla come “stile di vita”, “orientamento esistenziale”. Viviamo vite di corsa, fatte di attimi slegati tra di loro, senza nessun collante capace di tenere insieme i frammenti del nostro vissuto. E’ possibile pensare la fede evangelica come una “bussola” per gente disorientata? La metafora della bussola vorrebbe indicare una fede in ricerca: non siamo padroni della verità ma discepoli. Inoltre, la bussola è uno strumento che può essere utilizzato da mani esperte (membri di chiesa) ma anche da chi, senza un’approfondita preparazione e, a volte, senza neppure una chiara convinzione (simpatizzanti) si ritrova nella “selva oscura” della vita e cerca disperatamente un punto di fuga, un’indicazione di sentieri da percorrere. Lasciamoci interrogare dal Risorto (“perché piangi? Chi cerchi?”) e domandiamoci il coraggio di non accontentarci di una fede per abitudine, di metterci di nuovo in ricerca, insieme.
PASQUA TRA MEMORIA E ANTICIPAZIONE
La Pasqua di Gesù è il cuoredell’esperienza cristiana. Ogni anno proviamo ad afferrare quel mistero che continuamente ci sfugge. Chi può dire di aver capito lo scandalo della croce e l’incredibile annuncio della resurrezione di Gesù? La tentazione è quella di spegnere l’intelligenza, dicendoci che, in fondo, non si può fare altro che credere ciecamente. Ma sia la presunzione di chi pensa di aver capito tutto, sia lo smettere di cercare sono atteggiamenti poco evangelici. Alla scuola dei profeti stiamo imparando che la fede è uno sguardo penetrante, capace di leggere la storia, di interpretarla alla luce della Parola di Dio. E’ lo sguardo di Gesù, che non si è limitato a subire gli ultimi e drammatici eventi della sua esistenza terrena ma li ha fatti propri. Come? Il racconto della vigilia, il cosiddetto giovedì santo, è molto significativo in proposito: Quando giunse l’ora, egli si mise a tavola, e gli apostoli con lui. Egli disse loro: «Ho vivamente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima di soffrire; poiché vi dico che non la mangerò più, finché sia compiuta nel regno di Dio». E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendete questo e distribuitelo fra di voi; perché vi dico che ormai non berrò più del frutto della vigna, finché sia venuto il regno di Dio». Poi prese del pane, rese grazie e lo ruppe, e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi» (Lc 22,14-20). Gesù, di fronte alla sua morte, mette in atto la “strategia dell’anticipazione”, ovvero: prima di soffrire compie un gesto per dare senso a quanto avverrà subito dopo. Anticipa gli avvenimenti del Golgota dicendo ai suoi discepoli che quanto gli accadrà non sarà tanto un subire violenza da parte di avversari più forti di Lui ma la libera scelta di offrirsi – questo è il mio corpo che è dato per voi… il mio sangue, che è versato per voi. Questo gesto, oltre a comunicarci il volto inedito di un Dio che non domanda sacrifici, anzi è Lui stesso a donarsi, ci suggerisce pure la sapienza dell’anticipazione: del non permettere che gli avvenimenti ci capitino senza quasi che ce ne rendiamo conto. Ognuno di noi deve provare ad anticipare un senso, esprimere una logica, trovare un filo rosso che unisca i frammenti di cui è fatta la vita. In fondo, dare un senso alle diverse azioni che compiamo è ciò che ci rende umani, non semplici macchine produttive o desideranti. Ma l’operazione di scegliere un orientamento da dare alla nostra esistenza appare una missione impossibile, se pensiamo di compierla da soli, ricominciando ogni volta da zero. Ecco allora venirci in aiuto l’altro prezioso suggerimento offertoci dal testo biblico: la “strategia della memoria”, fate questo in memoria di me. E’ l’invito a confrontarsi col ricordo dell’esistenza di Gesù, a fare conti col senso che Lui ha conferito alla sua vicenda, con la logica del dono, dell’essere felici della felicità altrui. Se per molti (noi compresi!) la croce è “scandalo”, non dobbiamo dimenticare che essa è pure “sapienza”. Saggezza di una vita non schiacciata sul presente ma capace di far tesoro del passato (la memoria) e di pensare il futuro (l’anticipazione); scelta di non subire passivamente la storia, con l’unica preoccupazione di salvare la pelle; passione per una vita giusta e fraterna, al di là del nostro piccolo io. Come afferma Paolo: noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini (1Cor 1, 23-25).
